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L'utilizzo
del suolo
nel territorio
di Zivido
agli inizi
del '700
Esaminando
la mappa
catastale,
fatta redigere
sotto l'imperatore
Carlo VI
e datata
1722, Zivido
ci appare
un territorio
agricolo:
esistevano
solamente
poche case
vicino
al castello,
il borgo,
e quattro
cascine,
oltre ai
due oratori
di Santa
Maria e
San Gioacchino.
Questa carta è però preziosa
perché ci permette
di capire anche
cosa veniva coltivato
in ogni campo;
infatti serviva
a riscuotere
le imposte sotto
l'impero d'Austria,
quando le tasse
venivano diversificate
a seconda della
coltivazione
di ciascun terreno.
Veniamo così a
sapere che nel
nostro territorio
c'erano molti
campi seminati
("aratorio"),
prati, pascoli,
ma anche
vigneti (campo "avitato"),
piante di gelsi
("moroni"), così importanti
per l'allevamento
del baco da seta,
orti, vicino
alle case, giardini,
davanti ai palazzi
nobiliari. C'erano
poi i mulini:
uno viene indicato
come molino da
folla, probabilmente
usato per la
lavorazione dei
tessuti di lana.
Lungo i canali
c'erano filari
di alberi, nelle anse
del fiume erano
rimasti appezzamenti
di bosco, ultimi
resti di quella
immensa foresta
che ricopriva
le nostre zone
in epoca preistorica,
ancora assai
importanti per
ricavare il legname
con cui fabbricare
gli arnesi da
lavoro.
C'era anche qualche
piccola risaia,
forse in terreni
troppo umidi
per poter coltivare
altro. Ma l'aggettivo
che caratterizza
gran parte dei
terreni è "adaguatorio",
cioè irrigato,
che può essere
innaffiato.
E' la prova evidente
di quanta importanza
si dava alla
presenza di acque,
la vera ricchezza
del nostro territorio,
in parte regalata
dalla natura,
che qui ha fatto
sgorgare le risorgive,
ma in molta parte
conquistata da
secoli di oculate
politiche agricole
e di duro lavoro.
Lo scavo dei
canali, iniziato
in epoca romana
a scopo prevalentemente
di trasporto
delle merci,
fu ripreso in
età medioevale
con la bonifica
dei terreni paludosi
ed è continuato
in grande stile
per tutto il
Rinascimento,
per irrigare
i campi, rendere
rigogliose le
marcite ed azionare
decine di mulini.
Tutto questo è durato
ininterrottamente,
pur con continue
evoluzioni tecnologiche,
fino alla metà del
secolo scorso.
Poi l'acqua,
da bene prezioso
e fonte di ricchezza, è passata
al rango di elemento
inutile, oggetto
di spreco, al
più veicolo di
ogni genere di
rifiuti.
Certo i tempi
sono cambiati,
ma mi domando
se non si possa
anche da qui
prendere spunto
per una riflessione
sulla necessità di
avviare uno sviluppo
che tenga conto
dei limiti
di adattamento
della specie
umana.

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