La
società si aspetta che nella scuola gli alunni acquisiscano
delle conoscenze e delle competenze che potranno utilizzare in seguito
nella loro vita, in particolare nel lavoro che svolgeranno. Ma perché
la ragione di queste acquisizioni deve essere rimandata ad un futuro
più o meno lontano? Perché deve essere esterna al
processo in cui avviene l’apprendimento? Non può lo
spazio della scuola diventare esso stesso lo spazio di vita in cui
le conoscenze e le competenze acquistano senso, poiché diventano
realmente utilizzabili, e quindi in qualche modo più vere?
Insomma, a scuola non solo si dovrebbero fare cose interessanti
e coinvolgenti, ma si dovrebbe anche far sperimentare direttamente,
nelle aule e nei laboratori, l’importanza e l’utilità
di ciò che si impara.
E’ questo, in sostanza, è il contesto di riflessione
in cui sono nate le due esperienze didattiche che presentiamo. Si
tratta di una serie di attività che hanno messo in contatto
tra loro due classi di due scuole dell’hinterland milanese
e che sono state caratterizzate dall’uso di tecnologie diverse
da quelle tradizionali, in particolare la scrittura elettronica
al computer e una piattaforma di rete per comunicare a distanza,
prendere decisioni comuni, collaborare alla stesura di testi, condividere
riflessioni e proposte, organizzare lavori di gruppo. Abbiamo progettato
il lavoro ben consapevoli del rischio sempre in agguato, quello
cioè di utilizzare l’informatica e le reti per riproporre
contenuti e modelli didattici tradizionali, semplicemente mascherati
da una confezione esteriore che si pre-suppone più moderna
e accattivante. Le tecnologie informatiche ci interessano invece
- forse soprattutto - nella misura in cui contribuiscono a ridefinire
in modo più autentico il ruolo formativo della scuola. Da
questo punto di vista una delle certezze che più facilmente
viene messa in discussione dalle pratiche comunicative favorite
dall’informatica e dalle reti è il modo di intendere
l’alunno nel processo didattico. Ma le resistenze sono molto
forti perché il sistema è, per così dire, ben
consolidato. La scuola, infatti, poggia saldamente su una struttura
che ha nella finalità dell’azione dell’insegnante
e nella verifica dell’efficacia di questa sua azione i suoi
due pilastri fondamentali. E’ la situazione che ben conosciamo:
quella appunto di una istituzione che si occupa delle acquisizioni
che l’alunno deve possedere e per far questo definisce le
materie di studio, i programmi e gli obiettivi che si devono raggiungere,
dei quali verifica costantemente il raggiungimento. Il riferimento
agli obiettivi diventa la priorità, mentre passano in secondo
piano le diverse strategie utilizzate per apprendere.
Questa prassi è stata però affiancata, negli ultimi
decenni, anche da una maggiore attenzione nei confronti dei linguaggi,
in una prospettiva in cui la finalità dell’azione dell’insegnante
diventa non tanto l’acquisizione di conoscenze, ma soprattutto
la costruzione degli strumenti intellettuali che potranno favorire
l’appropriazione delle conoscenze. Il problema, in altre parole,
non è più la creazione di un sistema di riferimento
(gli obiettivi, il curriculum,…), ma di riferimenti guida
(competenze, capacità,…) che permettano di controllare
i livelli di complessità a cui si giunge attraverso il linguaggio,
anzi i diversi linguaggi, e far sì che questi evolvano ulteriormente.
Obiettivo ambizioso, certamente, ma che può essere più
facilmente raggiunto nella misura in cui la scuola è in grado
di offrire situazioni reali, per loro natura caratterizzate da complessità,
che possono costituire il terreno ideale per verificare sia i diversi
livelli di complessità dei linguaggi, sia il valore e l’utilità
delle conoscenze acquisite. Ma la scuola ha la strumentazione adatta
per questo? La classe può diventare uno spazio in cui le
informazioni circolano, vengono a contatto con altri sistemi, si
adattano o si trasformano, proprio come avviene in un organismo
vivente?
Sono state domande di questa natura a spingerci a lavorare anche
sul ‘sistema’, a farlo diventare oggetto della nostra
azione di insegnanti. Più concretamente fare in modo che
le nostre classi, siano anche uno spazio di vita delle competenze,
dove queste possono vivere ed essere riconosciute nel loro valore.
Si tratta insomma di favorire una nuova prospettiva, nella quale
non è solo l’insegnante, ma il sistema a fare da regolatore
nell’apprendimento. La sua funzione essenziale è di
permettere l’interazione ed è attraverso l’interazione
che nascono e si evolvono gli elementi di linguaggio che permettono
l’accesso dei saperi in termini di competenze. Il nostro sforzo
quindi è stato quello di creare l’ambiente, la struttura,
le condizioni favorevoli per questo tipo di apprendimento.
Nelle
nostre due esperienze, le nuove tecnologie dell’informazione
e della comunicazione hanno favorito la creazione di un sistema
che ha acquistato significatività e valore innanzitutto a
partire dalla interazione comunicativa che in esso si è sviluppata.
Abbiamo sperimentato una sorta di ribaltamento dell’approccio
pedagogico: la nostra azione di insegnanti è stata meno nella
direzione dell’alunno ‘oggetto’ da far evolvere,
da trasformare, che sul sistema nel quale l’alunno è
incluso e che egli stesso contribuisce a far esistere e gli permette
quindi di essere il soggetto della sua costruzione, attiva e significativa.
Gianni
Santambrogio